|
29 gennaio 2007
Di nuovo qui?

| inviato da il 29/1/2007 alle 17:40 | |
8 giugno 2006
[...]
Qui siamo, ognuno, come un fresco sorso... Ma non ho visto chi ci beva, ancora.
Rainer Maria Rilke
| inviato da il 8/6/2006 alle 2:26 | |
2 giugno 2006
Tarsio - Wislawa Szymboska

Io, tarsio, figlio di tarsio, nipote e pronipote di tarsio, piccola bestiola, fatta di due pupille e d'un resto di stretta necessità; scampato per miracolo ad altre trasformazioni, perchè come leccornia non valgo niente, per i colli di pelliccia ce n'è di più grandi, le mie ghiandole non portano fortuna, i concerti si tengono senza le mie budella; io, tarsio, siedo vivo sul dito di un uomo.
Buongiorno, mio signore, che cosa mi darai per non dovermi togliere nulla? Per la tua magnanimità con che mi premierai? Che prezzo darai a me, che non ho prezzo, per le pose che assumo per farti sorridere?
Il mio signore è buono - il mio signore è benigno - chi ne darebbe testimonianza, se non ci fossero animali immeritevoli di morte? Voi stessi, forse? Ma ciò che già sapete di voi basterà per una notte insonne da stella a stella.
E solo noi, pochi, non spogliati della pelliccia, non staccati dalle ossa, non privati delle piume, rispettati in aculei, scaglie, corna, zanne, e in ogni altra cosa che ci venga dall'ingegnosa proteina, siamo - mio signore - il tuo sogno che ti assolve per un breve istante.
Io, tarsio, padre e nonno di tarsio, piccola bestiola, quasì metà di qualcosa, il che comunque è un tutto non peggiore di altri; così lieve che i rametti si sollevano sotto di me e da tempo avrebbero potuto portarmi in cielo, se non dovessi ancora e ancora cadere come una pietra dai cuori ah, inteneriti; io, tarsio, so bene quanto occorra essere un tarsio.
| inviato da il 2/6/2006 alle 18:39 | |
20 maggio 2006
Rimettersi in forse
Mi mangio le puntarelle di sospensione.
| inviato da il 20/5/2006 alle 22:35 | |
2 aprile 2006
Pomeridianae - Domestique
| inviato da il 2/4/2006 alle 16:6 | |
22 marzo 2006
Come affrontare la campagna elettorale
| inviato da il 22/3/2006 alle 1:17 | |
27 gennaio 2006
Comunicato Punctum Press

La casa editrice Punctum Press apre una collana di narrativa; il progetto prevede di dare spazio e voce a quelle opere che, per lunghezza, si situano nella zona di confine tra romanzo e racconto, tradizionalmente trascurate dalle maggiori case editrici. Siamo in fase di valutazione del materiale. Gli autori interessati possono far pervenire i loro manoscritti, della lunghezza indicativa (ma non vincolante) compresa tra le 60 e 80 cartelle, al seguente indirizzo:
Punctum Press Via Natale del Grande 21 00156 Roma
o, in alternativa, inviare un'e-mail, allegando il file con il proprio testo, all'indirizzo di posta elettronica:
info@punctumpress.com.
Per informazioni di qualsiasi natura potete rivolgervi agli stessi indirizzi. Grazie.
| inviato da il 27/1/2006 alle 16:17 | |
19 gennaio 2006
Truth or Consequences, New Mexico
 Esiste davvero.
| inviato da il 19/1/2006 alle 19:19 | |
23 novembre 2005
Padre e figlio.
La bocca, le mani, gli occhi, sono le prime cose che del bambino hai visto attraverso il vetro opaco su cui hai schiacciato il naso, mentre la madre dormiva, lui è nato. Hai pensato: E’ la mia bocca, ha le mie mani, la luce è quella dei nostri occhi.
Non respiri, per l’aria pesante percorsa da farfalle di vetro colorato - l’ospedale offre questo come culla per tuo figlio. E lo sanno, le piante, quanto è sonnolenta l’aria chiusa delle stanze, e pazienti sono lì - perdono il verde delle foglie mentre la vita cresce intorno.
Le mani sono piccole, come petali di un fiore aperto, la bocca è grande, già sorride, così presto, apre gli occhi, rotondi alle luci lievi, già è contento della sfericità del seno. Cade la neve, fuori? Così presto, nevica. L’estate a Roma fuori ogni schema, non è possibile, pensi - è solo luglio.
Non è neve - apri la finestra, respira, osserva, tocca - come l’orchidea si traveste in ape, la farfalla si posa sulla dròsera che fiacca, chiude un poco le fauci, non è ghiaccio, né acqua, è plastica, è teatro di vita naturale - insetti, animaletti, disegnati sugli specchi.
Non è neve, ma ceramica appena opaca, sono i tuoi occhi che riflessi, commossi, sono d’oro un poco sporco, rigano lacrime sul vetro appannato dal tuo fiato. Sono i fantasmi, anime del vetro, fra te e l’altrove aldilà del vetro.
Ecco,
muove i primi passi, il bimbo. Cresce, tocca tutto ciò che trova. Impara il mondo con il tatto. Non si fida dell’udito e dell’olfatto, e dei colori che nel buio non ci sono.
Tutto è nella testa, il resto, il reale, è nelle mani.
Bimbo, fai attenzione: Non ti fidare, che tutto si traveste, muta, sfinisce gli occhi, che stanchi, seguono le stelle e fuggono gli spettri.
Lascia che gli spettri siano solo nel pensiero, lascia che la plastica sia altrove qualcos’altro, una presenza trasparente e delicata, lascia che la sua assenza sia poesia più materiale.
E ora, stringi. Il limite del pensiero, limitare del mare, stringi, la luce che livida dal cielo plumbeo stinge, stringi, il sangue che nel mezzogiorno, rosso fuoco del sole che finge un’altra luce, stringi. Ti fa domande tutto il giorno, tu stringi la presa e fingi di poter rispondere, poi taci. Tienigli la mano stretta nella tua tenaglia e prega che non pianga.
Non piangerà, perché è già cresciuto, e già ha fiuto - per il disagio, l’amore e la paura. Per il conforto, gli basta la tua mano.
Dove arriva il mare? Dove il cielo, che adesso quel colore… perché ha quel colore, papà? Così diverso dal sole a metà giorno. E fino a dove io posso pensare di contare, c’è numero sopra il mille? Papà, non mi lasciare. Non gli mentire. Digli tutto ciò che sai, anche se ti chiede: un giorno morirai? Papà, allora mi lasci. Anche tu come la luna la mattina, svanisci?
Ecco,
ora la luna, il sole, il cielo, domani immobili parole, mute sillabe in un verso, sono compagni suoi di gioco, parlano, saltano da una mano all’altra. Si inseguono lungo la linea dal dito all’infinito. E di che parlano? Contano. Da uno fino all’infinito.
L’infinita corsa delle dita, lungo le scale per salire a casa, più veloce della luce, bimbo, lo sai: la luce va dal blu al rosso, e dopo il rosso, nulla, l’infrarosso, non più colore ma calore.
E il calore scioglie anche la neve che non c’è, quella del pianto, dello specchio, del dolore. La neve in plastica della paura dell’amore, che non permette di camminare, senza affondare.
Ma il suo pensiero così asciutto, limpido, fotografico, non sa di essere nato, e in eterno si pensa: è l’amore - e lo sanno le farfalle, più sottili del vetro, eterne più dell’uomo.
Lo sanno le formiche, quant’è pesante il tempo, che non possono volare, e vivono col tempo e col lavoro, povere loro, bimbo, lo sai, la regina vola per sposarsi e poi mai più. E le altre sono solo operaie del poco tempo.
Come noi, che tu già leggi il giro dell’orologio, vedi, come siamo simili, noi che, il tempo ci cresce, ci alleva, ora dopo ora, che il tempo l’amore ci consuma giorno dopo giorno.
Non è così, papà. non ricordi, forse, ma sapevi che l’altrove è qui, e ora, per sempre ora, che il dolore ti divora, qui il bambino che ti spiega come l’amore il tempo non lo stringe, lo dimora, e lo trascende.
Non è così, perché una parola qui risuona nella stanza, dove tutti i giochi la notte dormono, come piccole stelle nella mia mano, e la luna mi sorride mentre mi addormento e non ho paura più del buio. Una parola dolce dolce, sussurrata dalla voce che più amo, mi confonde il pensiero in sogno, lo spazio in ombra prende vita e luce, ed ecco, l’altrove è qui, e ora.
Ed ecco il sogno, quasi intero, quel che il giorno poi ha lasciato come vero. Vedi, la pioggia piange, l’occhio è lo specchio d’acqua cui le lacrime passano attraverso, la pioggia si finge lacrime per gli occhi, e la bocca ride, come il mare ride per il solletico delle onde - lì bisbigliano le alghe, e chiacchierano i pesci, della luna che sorride, la piccola bocca che le onde tiene e lascia, la seguono fra le correnti, finchè la luce fa aprire gli occhi. E solo poche parole nel risveglio, le parole tonde nella lingua dei pesci, - e alcune bolle, poi aria luminosa, riflesso della luna, fessura della bocca che illumina la notte.
Ecco, la luna così vicina alla mia bocca, quasi la tocco. Lo vedi, come ora tutto è qui vicino, vicino, come un pesce che lontano appare come un punto, e ora, arrivato a riva, è proprio un punto nella mia mano .
Torni a respirare - piccolo mio, grazie - hai ragione, non è niente di vissuto, la vita è un continuo nascere, fra pareti estranee e asettiche, dove l’illusione umana si crede umana troppo, e più non sogna, non s’illude. Il respiro ora dev’essere metro della mia felicità, le ciglia ali di farfalla, in ogni battito un respiro, e come la vista miope descrive il volo degli uccelli, in ogni passo l’infinito si avvicina e si allontana - ora sento la marea del viso, la vedo. E’una mano che scuote il mio riflesso aldilà del vetro.
| inviato da il 23/11/2005 alle 11:19 | |
29 ottobre 2005
Pomeridianae

Passa la psicolaria. Vedi i ragni, un veloce movimento di pedipalpi, ricevono gli allomoni allucinatori e intessono tele barocche per i loro matrimoni. Passa avanti; in una nicchia, le formiche l'attendono nervose. Sfugge tutto alle operaie: le prigioniere cocciniglie e il senso dello Stato.
| inviato da il 29/10/2005 alle 23:30 | |
|