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"L'attenzione, nel suo grado più elevato,
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Blog di Guido Giovanardi

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29 gennaio 2007

Di nuovo qui?





e qui
e qui

(Brian Eno - Golden Hours)




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8 giugno 2006

[...]

Qui siamo, ognuno, come un fresco sorso...
Ma non ho visto chi ci beva, ancora.

                                               Rainer Maria Rilke




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2 giugno 2006

Tarsio - Wislawa Szymboska




Io, tarsio, figlio di tarsio,
nipote e pronipote di tarsio,
piccola bestiola, fatta di due pupille
e d'un resto di stretta necessità;
scampato per miracolo ad altre trasformazioni,
perchè come leccornia non valgo niente,
per i colli di pelliccia ce n'è di più grandi,
le mie ghiandole non portano fortuna,
i concerti si tengono senza le mie budella;
io, tarsio,
siedo vivo sul dito di un uomo.

Buongiorno, mio signore,
che cosa mi darai
per non dovermi togliere nulla?
Per la tua magnanimità con che mi premierai?
Che prezzo darai a me, che non ho prezzo,
per le pose che assumo per farti sorridere?

Il mio signore è buono -
il mio signore è benigno -
chi ne darebbe testimonianza, se non ci fossero
animali immeritevoli di morte?
Voi stessi, forse?
Ma ciò che già sapete di voi
basterà per una notte insonne da stella a stella.

E solo noi, pochi, non spogliati della pelliccia,
non staccati dalle ossa, non privati delle piume,
rispettati in aculei, scaglie, corna, zanne,
e in ogni altra cosa che ci venga
dall'ingegnosa proteina,
siamo - mio signore - il tuo sogno
che ti assolve per un breve istante.

Io, tarsio, padre e nonno di tarsio,
piccola bestiola, quasì metà di qualcosa,
il che comunque è un tutto non peggiore di altri;
così lieve che i rametti si sollevano sotto di me
e da tempo avrebbero potuto portarmi in cielo,
se non dovessi ancora e ancora
cadere come una pietra dai cuori
ah, inteneriti;
io, tarsio,
so bene quanto occorra essere un tarsio.




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20 maggio 2006

Rimettersi in forse

Mi mangio le puntarelle di sospensione.




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2 aprile 2006

Pomeridianae - Domestique



 Quando torni in casa, mentre il gatto dorme, apri la porta e il silenzio di colpo si fa innaturale. Dalle stanze più lontane arrivano pochi rumori sovrapposti, uno dopo l’altro, che si dissolvono, sembra, nella direzione di una finestra - l’ultimo è la vibrazione della lastra di vetro. E anche il gatto, nel sonno, mostra una breve incertezza, poi si lecca il labbro inferiore, e senza aprire mai gli occhi, torna a dormire come prima. Se guardi ora dalla finestra, nella luce che entra, vedi una linea, una scia segnata nel vuoto fra i corpuscoli dell’aria. Ma devi fare in fretta: subito il disordine si ricompone - in un momento, lo spazio torna ad essere occupato in modo uniforme. L’eco dei rumori si esaurisce completamente, e la casa torna a essere domestica.




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22 marzo 2006

Come affrontare la campagna elettorale



Nam June Paik, 1974




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27 gennaio 2006

Comunicato Punctum Press



La casa editrice Punctum Press apre una collana di narrativa; il progetto prevede di dare spazio e voce a quelle opere che, per lunghezza, si situano nella zona di confine tra romanzo e racconto, tradizionalmente trascurate dalle maggiori case editrici. Siamo in fase di valutazione del materiale. Gli autori interessati possono far pervenire i loro manoscritti, della lunghezza indicativa (ma non vincolante) compresa tra le 60 e 80 cartelle, al seguente indirizzo:

Punctum Press
Via Natale del Grande 21
00156 Roma

o, in alternativa, inviare un'e-mail, allegando il file con il proprio testo, all'indirizzo di posta elettronica:

info@punctumpress.com.

Per informazioni di qualsiasi natura potete rivolgervi agli stessi indirizzi.
Grazie.




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19 gennaio 2006

Truth or Consequences, New Mexico


Esiste davvero.




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23 novembre 2005

Padre e figlio.


La bocca, le mani, gli occhi,
sono le prime cose che del bambino
hai visto attraverso il vetro opaco
su cui hai schiacciato il naso,
mentre la madre dormiva,
lui è nato. Hai pensato:
E’ la mia bocca, ha le mie mani,
la luce è quella dei nostri occhi.

Non respiri, per l’aria pesante
percorsa da farfalle di vetro colorato
- l’ospedale offre questo come culla
per tuo figlio. E lo sanno, le piante,
quanto è sonnolenta l’aria chiusa
delle stanze, e pazienti sono lì
- perdono il verde delle foglie
mentre la vita cresce intorno.

Le mani sono piccole, come
petali di un fiore aperto, la bocca
è grande, già sorride, così presto,
apre gli occhi, rotondi alle luci lievi,
già è contento della sfericità del seno.
Cade la neve, fuori? Così presto, nevica.
L’estate a Roma fuori ogni schema,
non è possibile, pensi - è solo luglio.

Non è neve - apri la finestra,
respira, osserva, tocca - come
l’orchidea si traveste in ape,
la farfalla si posa sulla dròsera
che fiacca, chiude un poco le fauci,
non è ghiaccio, né acqua, è plastica,
è teatro di vita naturale - insetti,
animaletti, disegnati sugli specchi.

Non è neve, ma ceramica appena
opaca, sono i tuoi occhi che
riflessi, commossi, sono d’oro
un poco sporco, rigano lacrime
sul vetro appannato dal tuo fiato.
Sono i fantasmi, anime del vetro,
fra te e l’altrove aldilà del vetro.

Ecco,

muove i primi passi, il bimbo.
Cresce, tocca tutto ciò che trova.
Impara il mondo con il tatto.
Non si fida dell’udito e
dell’olfatto, e dei colori
che nel buio non ci sono.

Tutto è nella testa, il resto,
il reale, è nelle mani.

Bimbo, fai attenzione:
Non ti fidare, che tutto si traveste,
muta, sfinisce gli occhi, che stanchi,
seguono le stelle e fuggono gli spettri.

Lascia che gli spettri siano solo
nel pensiero, lascia che la plastica
sia altrove qualcos’altro, una
presenza trasparente e delicata,
lascia che la sua assenza sia
poesia più materiale.

E ora, stringi. Il limite del pensiero,
limitare del mare, stringi,
la luce che livida dal cielo
plumbeo stinge, stringi,
il sangue che nel mezzogiorno,
rosso fuoco del sole che finge
un’altra luce, stringi.
Ti fa domande tutto il giorno,
tu stringi la presa e fingi
di poter rispondere, poi taci.
Tienigli la mano stretta nella
tua tenaglia e prega che non pianga.

Non piangerà, perché
è già cresciuto, e già ha fiuto -
per il disagio, l’amore e la paura.
Per il conforto, gli basta la tua mano.

Dove arriva il mare? Dove
il cielo, che adesso quel colore…
perché ha quel colore, papà?
Così diverso dal sole a metà
giorno. E fino a dove io posso
pensare di contare, c’è numero
sopra il mille? Papà, non mi lasciare.
Non gli mentire. Digli tutto ciò che sai,
anche se ti chiede: un giorno morirai?
Papà, allora mi lasci. Anche tu come la luna
la mattina, svanisci?


Ecco,

ora la luna, il sole, il cielo,
domani immobili parole,
mute sillabe in un verso,
sono compagni suoi di gioco,
parlano, saltano da una mano
all’altra. Si inseguono lungo
la linea dal dito all’infinito.
E di che parlano?
Contano. Da uno fino all’infinito.

L’infinita corsa delle dita,
lungo le scale per salire a casa,
più veloce della luce, bimbo, lo sai:
la luce va dal blu al rosso,
e dopo il rosso, nulla, l’infrarosso,
non più colore ma calore.

E il calore scioglie anche
la neve che non c’è, quella
del pianto, dello specchio, del dolore.
La neve in plastica della paura dell’amore,
che non permette di camminare,
senza affondare.

Ma il suo pensiero così asciutto,
limpido, fotografico, non
sa di essere nato, e in eterno si pensa:
è l’amore - e lo sanno le farfalle,
più sottili del vetro, eterne più
dell’uomo.

 

Lo sanno le formiche,
quant’è pesante il tempo,
che non possono volare,
e vivono col tempo e col lavoro,
povere loro, bimbo, lo sai,
la regina vola per sposarsi
e poi mai più. E le altre sono solo
operaie del poco tempo.

Come noi, che tu già leggi
il giro dell’orologio, vedi,
come siamo simili, noi che,
il tempo ci cresce, ci alleva,
ora dopo ora,
che il tempo l’amore ci consuma
giorno dopo giorno.

Non è così, papà.
non ricordi, forse, ma sapevi
che l’altrove è qui, e ora,
per sempre ora, che il dolore
ti divora, qui il bambino
che ti spiega come l’amore
il tempo non lo stringe,
lo dimora,
e lo trascende.

Non è così, perché
una parola qui risuona
nella stanza, dove
tutti i giochi la notte
dormono, come piccole stelle
nella mia mano, e la luna
mi sorride mentre mi addormento
e non ho paura più del buio.
Una parola dolce dolce,
sussurrata dalla voce
che più amo, mi confonde
il pensiero in sogno, lo spazio
in ombra prende vita e luce,
ed ecco, l’altrove è qui, e ora.

Ed ecco il sogno, quasi intero,
quel che il giorno poi ha lasciato
come vero. Vedi, la pioggia piange,
l’occhio è lo specchio d’acqua
cui le lacrime passano attraverso,
la pioggia si finge lacrime per gli
occhi, e la bocca ride, come il mare
ride per il solletico delle onde - lì
bisbigliano le alghe, e chiacchierano
i pesci, della luna che sorride, la
piccola bocca che le onde tiene e lascia,
la seguono fra le correnti, finchè
la luce fa aprire gli occhi.
E solo poche parole nel risveglio,
le parole tonde nella lingua dei pesci,
- e alcune bolle, poi aria luminosa,
riflesso della luna, fessura della bocca
che illumina la notte.

Ecco, la luna così vicina
alla mia bocca, quasi la
tocco. Lo vedi, come ora
tutto è qui vicino, vicino,
come un pesce che lontano
appare come un punto, e
ora, arrivato a riva, è
proprio un punto nella mia mano .

Torni a respirare - piccolo
mio, grazie - hai ragione,
non è niente di vissuto, la vita
è un continuo nascere, fra
pareti estranee e asettiche,
dove l’illusione umana si crede
umana troppo, e più non sogna,
non s’illude.
Il respiro ora dev’essere
metro della mia felicità,
le ciglia ali di farfalla, in
ogni battito un respiro, e
come la vista miope descrive
il volo degli uccelli,
in ogni passo l’infinito
si avvicina e si allontana -
ora sento
la marea del viso,
la vedo. E’una mano
che scuote il mio riflesso
aldilà del vetro.

 


 




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29 ottobre 2005

Pomeridianae




Passa la psicolaria. Vedi i ragni,
un veloce movimento di pedipalpi,
ricevono gli allomoni allucinatori
e intessono tele barocche per i loro
matrimoni. Passa avanti; in una nicchia,
le formiche l'attendono nervose.
Sfugge tutto alle operaie:
le prigioniere cocciniglie
e il senso dello Stato.




permalink | inviato da il 29/10/2005 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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